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Tango, mindfulness e psicoanalisi

DI MARIA LAURA GIOVAGNINI

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Una controindicazione c’è. Una: il tango provoca addiction.

D’improvviso potreste sparire dai radar di familiari e amici per correre in milonga.

«Dà dipendenza pure il jogging (la ripetizione di uno sforzo stimola la produzione di endorfine), figuriamoci un’attività di coppia» spiega il genetista Edoardo Boncinelli. «Dal punto di vista neurofisiologico, poi, bisogna tener conto che alla base c’è la musica, e la musica regala gioia, con il rilascio di dopamina». E in più – si sa – un abbraccio prolungato aumenta l’ossitocina, “l’ormone dell’amore”.

Ma questa danza non garantisce solo vantaggi biochimici e motori: forse all’Unesco, nel 2009, nemmeno immaginavano quanto fosse giusto inserirlo fra i beni immateriali patrimonio dell’Umanità. Voi pensate di ballare, in realtà state anche un po’ meditando, un po’ sciogliendo qualche “nodo interiore”. «Basandosi sull’improvvisazione, non su sequenze prestabilite, richiede totale connessione con il partner, sincronia: è un veicolo fantastico per coltivare – in azione – la presenza mentale, la consapevolezza» osserva Lorenzo Colucci, presidente e fondatore dell’associazione milanese tempomindfulness, che propone – tra l’altro – un percorso (in cinque classi) di “tango & mindfulness”. Con esercizi quali il farsi condurre a occhi chiusi: «Fondamentale per imparare a fidarsi e affidarsi».

«Questo ballo offre informazioni su di sé, sulla relazione con l’altro. Il che vale, ovviamente, solo per chi ama interrogarsi. Se uno va in milonga per socializzare, benissimo comunque: ne avrà il vantaggio di rivitalizzarsi» nota Daniela Falone, psichiatra e psicoanalista junghiana.«Studiando la tecnica vengono fuori caratteristiche della fisicità che rimandano, in realtà, ad aspetti psicologici».

C’è chi ha le spalle troppo curve e chi sta troppo impettito, c’è chi volteggia aereo senza riuscire a tenere i piedi per terra… Il rapporto a due riserva le maggiori sorprese: uno scopre di non riuscire ad abbracciare, a tollerare la vicinanza fisica, ad “ascoltare” (sia da leader sia da follower)». Nel 2010 è nata addirittura una nuova disciplina, TangoOlistico®. Perché “olistico”? E cosa aggiunge, visti i già innumerevoli, positivi “effetti secondari”?

«Riguarda corpo/psiche e raddoppia il potenziale dell’esperienza» chiarisce l’ideatore, Massimo Habib. «Negli incontri di gruppo ognuno sperimenta entrambi i ruoli, quello di chi guida e quello di chi segue, quello attivo e quello recettivo. Come nella vita, in fondo: in alcuni momenti siamo decisionisti, in altri ci abbandoniamo. Unica differenza con la vita: la parte accuditiva in genere è del femminile, mentre qui è il maschio che abbraccia. Insomma: da danza si trasforma in un modello di crescita personale». Come sono articolati gli incontri? E l’obiettivo finale? «Nella prima metà ci si muove nella musica, senza curarsi dei passi (irrigidirebbe le reazioni). Nella seconda c’è la condivisione verbale. Il tutto per arrivare a una maggiore conoscenza di sé, dell’emotività e apprendere – sembra un paradosso – a condurre la propria vita e a lasciarsi andare alla vita». Eh, si fa presto a dire: Balliamoci un tango…


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